Hans Holbein - Gli Ambasciatori

lunedì 15 marzo 2021

La Parola in Francoise Dolto

 La parola in Francoise Dolto.

Testo di un mio intervento letto ad un Convegno del Forum Salomè.


J’AI DEUX JAMBES QUI ME MANQUENT[1]: LA PAROLA IN FRANCOISE DOLTO

 In Piemonte per dire " grossip "si dice " tagliare e cucire ". Con le parole e su un'altra scena si intesse un altro discorso. Nella moda il bel taglio è un'arte e cucire e tessere, sono , si sa, arti inventate dalle donne . Ebbene la parola di Francoise Dolto fa taglio , ma cuce: sé e vero che " le parole sono prese in tutte le immagini corporee che imprigionano il soggetto "[2], ecco che su un'altra scena il tessuto così ritagliato dà l'immagine corporea .

E mentre tagliando  crea i bordi, cucendo dà la bella fattura: l'Immagine Corporea, concetto da lei elaborato per dar conto di altro dallo schema corporeo; l'immagine che viene da parole: quelle della relazione securizzante e umanizzante . Eccoci al cuore della sua teoria: è la relazione a costruire l'essere in quanto umano. E le parole ne sono il concime. Ma quali parole? Sicuramente le parole vere , rivolte all'altro e non al proprio fantasma. Parole che dicono  ma parole che sanno anche dire del segreto ,del " non tutto " si può dire, che istituiscono il limite e il sacro. Altro dal dire tutto che è proprio sia del discorso isterico che di quello scientifico e che si manifesta in modo particolare con la esigenza sempre più diffusa della " trasparenza ", dietro cui sta  un fantasma che scarnifica e  disumanizza.

 

Francoise Dolto era una psicanalista coraggiosa. Dico questo  considerando il suo percorso teorico e scientifico attraverso il quale lei indica a noi donne nella psicanalisi che è possibile una posizione diversa da quella di discepola, custode dell'ortodossia, dunque reazionaria e conservatrice che pare essere l'ovvia e naturale posizione che le donne possono assumere ; non era lontana l'epoca del " L'ha detto Lui ", tipico intercalare di Marie Bonaparte[3], che se non ricordo male divenne l'appellativo stesso con cui ironicamente la stessa principessa veniva definita.

 

Il mio primo incontro con Francoise Dolto, sull'onda di queste considerazioni, si ebbe proprio quando mi toccò, novello angelo della macchina da scrivere, battere a macchina la traduzione, ad opera di colleghi maschi, di una conferenza che Dolto aveva tenuto a Nizza nell’87[4] e che avevamo avuto  l'incarico di tradurre a Torino : si trattava di pubblicarla successivamente in lingua italiana. Mano mano che leggevo rimanevo stupefatta... fu anche la prima volta in cui seppi dell'invenzione e dell'esistenza delle “Maison Verte”. Parecchi anni dopo nel 1998 a questo proposito poiché c'era un interesse in tal senso da parte della Facoltà di Psicologia dell'Università di Torino, fui a Parigi, invitata da Bernard This a visitare la Maison Verte del 18° arrondissement. Mi trovavo lì seduta al suo  fianco prendendo furiosamente appunti di ciò che lui diceva a me e a chi era intorno e stavo bene. Ricordo che ad un certo punto all'arrivo di un bambino con sua madre, This alzò gli occhi e rivolto alla donna le chiese con chi lei fosse (Avec qui etes vous ici?). Ed io colsi in questo rovesciamento di prospettiva che vedeva il bambino come protagonista e agente attivo non tanto e non solo della sua socializzazione quanto di quella dell'adulto l’eco dell'insegnamento di Francoise Dolto elaborato attraverso la grande umanità di Bernard This. Ricordo che mentre mi raccontava  quali fossero le caratteristiche che chi operava in queste equipes dovesse avere mi disse chiaramente che gli analisti lacaniani erano i meno adatti, giudizio che io ancora in analisi e totalmente immersa nel transfert mi affrettai a fissare nei miei appunti. Mi disse anche molto chiaramente che nella eventuale Maison Verte a Torino, poiché non dovevano esserci voyeurs bisognava che la docente con cui collaboravo facesse essa stessa parte dell’equipe: lì iniziai a capire che il progetto a Torino non avrebbe avuto seguito... come sempre nella psicanalisi non ci sono scorciatoie: non è attraverso i libri o il sapere libresco che ci si può coinvolgere. E Dolto ci testimonia proprio questo con la sua pratica alla rue Cojas nella quale per molto tempo si riunì su suo invito a seguito di  rigorosa selezione, un gruppo di psicanalisti che intendevano formarsi al suo modo di operare ma che prima di ogni cosa erano lì a testimoniare delle psicanalisi che lei svolgeva con i bambini, e come in un coro antico  rendevano possibile la circolarità del transfert . Si dice di Francoise Dolto che non ha fatto scuola, si sa che in molti casi lei non si è fatta pagare né per il lavoro che ha svolto per molti anni all'ospedale Trousseau… ne per le  supervisioni. Lei reputava che ci fosse  un sapere reciproco che circolava.[5]

Ma vorrei a questo punto fornire qualche elemento tratto dalla mia esperienza clinica che  in un certo periodo della mia attività fu molto influenzata dall’Image Incosciente du Corps[6].

Durante la mia esperienza professionale come psicoterapeuta mi sono trovata ad operare  in qualità di insegnante di yoga, ( dunque non rispondevo a specifiche domande di psicoterapia ) e anche come psicoterapeuta in una istituzione per anziani prevalentemente non autosufficienti .

La testimonianza che vorrei portare oggi riguarda prevalentemente il lavoro con i vecchi. Sia durante i colloqui che avevo con loro in cui spesso parole e disegni si intrecciavano, sia in tutto l'ambito che riguardava la riabilitazione e cioè quello più propriamente medico e durante gli incontri con il personale parasanitario in particolar modo con i terapisti della riabilitazione, mi trovavo a interrogarmi in modo ovviamente diverso dal loro sul corpo. Intendo dire che la principale preoccupazione oltre ovviamente alle cure generali del corpo in quell'ambiente è costituita da tutte le tematiche legate alla riabilitazione tese ovviamente a migliorare la funzionalità legata al fare e all'andare e a consolidare l'orientamento nel tempo nello spazio .

 Portavo questi miei interrogativi sul corpo nel reale nel simbolico e nell'immaginario nella supervisione che all'epoca affidavo a Gabriel Balbo. Si stava lavorando in modo più generale allo stadio dello specchio come costitutivo mediante anticipazione dell'unitarietà dell'immagine del corpo,vale a dire del bordo simbolico che unificava i pezzi scoordinati per via della nota prematurazione.  Per quanto riguarda i vecchi in letteratura trovavo autori che parlavano di specchio fatto a pezzi, di inconscio a cielo aperto, e in generale sentivo sostenere che i vecchi sono come i bambini La mia osservazione clinica mi portava a non condividere queste posizioni e affermazioni o comunque a volerle più articolate

Mi interessavo allora e su questi temi del corpo ai lavori di Sabina Spielrein sulla pulsione di distruzione, a quelli di Ferenczi sull'intelligenza della cellula e sul trauma,alla Teoria matematica delle Catastrofi di Renè Thom…

Ma dalle conversazioni effettuate in supervisione ricevetti l'indicazione a prendere visione sia del numero del Coq Heron sull’Aptonomia sia dell’Image Incosciente du Corps, all'epoca non ancora tradotto in italiano.[7]

Devo dire che ricevetti un aiuto enorme oltre a conferme incoraggianti a ciò che mi interrogava.

Mi chiedevo infatti che cosa ne fosse dello schema corporeo nei vecchi soprattutto in quelli colpiti da gravi invalidazioni motorie o psichiche poiché  per esempio dai disegni che  facevano mi rendevo conto che non era per nulla scontato quale fosse il loro rapporto con la realtà..[8] Ne conseguivano effetti rilevanti sia sul come parlare con loro , che sul piano delle strategie da adottare ai fini della riabilitazione sia in palestra che neuromotoria e cognitiva.

Inoltre cosa pensare di persone pesantemente sedate poiché disturbavano ma che pure sotto sedativo mantenevano tracce di un'organizzazione soggettiva “coerente”, o ancora cosa pensare di lingue che continuamente percorrono il bordo delle labbra o mani che continuamente percorrono i bordi degli oggetti intorno o ripetono antichi gesti consueti oramai senza senso come per esempio piegare all'infinito un fazzoletto, o quando più nulla c'è cosa pensare di persone allettate oppure sprofondate nella demenza intente a respirare. O ancora come fare entrare nel discorso l'esagerata assunzione di cibo o l'esagerato amore del canto a gola spiegata in una persona immobile in carrozzella?.[9] Ricordo in questo momento una vecchia allettata che con fare complice e malizioso mentre mi raccontava della preziosità delle sue mani: lei era stata una abilissima ricamatrice .Mi raccontò di certe suppurazioni che erano per lei un rischio sempre presente che lei non assumeva i farmaci che le davano i medici perché non servivano a  nulla e si era invece guarita da sola curandosi con la saliva: le sue mani portavano la saliva dalla bocca alla parte infiammata…

 

 Dolto ci dice che le perdite di integrità dello schema corporeo possono essere sostenute quando l'immagine corporea tenga. Immagine abbiamo detto fatta,ancor prima della nascita, di relazione e dalla relazione, e veicolata da parole vere. Ma anche tale  che può bordare simbolicamente il reale dell'essere fino a livelli incredibilmente oscuri e sicuramente pre verbali o post verbali, come possono essere quelli in cui il respiro è l'ultimo baluardo immaginario che nell'oggi si aggancia e nutre un narcisismo pre-istorico, ultima àncora per l'essere in vita.

 

Non entro ulteriormente in questo mio intervento nel merito della esperienza che mi portò in seguito a fondare presso l'Ordine degli Psicologi la Commissione di Psicologia Gerontologica che ho coordinato per cinque anni, e a seguito della quale è nata  poi alla Facoltà di Psicologia di Torino la materia della Psicologia Gerontologica. Ma a chi abbia interesse a questa clinica posso in altra sede molto volentieri fornire delle considerazioni più puntuali.

L'interesse di questo ambito della clinica era per me che tutto ciò di cui la teoria di Dolto si occupa, nei vecchi è già definito; dunque non si torna indietro: si tratta piuttosto di dare conto di un, ancora, passaggio, tempo, nel quale le perdite sono da integrare nello schema corporeo contando su una immagine del corpo che è lì dalla preistoria del soggetto. Per esempio una vecchia che si ritrae e protesta di fronte alla aridità di una riabilitazione motoria dicendo: " vorrei uccidermi! Mi ucciderei ! Cosa mi serve , cosa mi serve tutto ciò !!: non ho le braccia troppo lunghe… " e un'altra sempre in riabilitazione motoria " non riesco, non riesco ma devo farlo perché loro ci tengono; il ragazzo viene addirittura qui, da me, sono molto gentili... ".

È coglibile in questi due casi la immagine corporea  funzionare in filigrana.

Questa capacità di lettura che mi poteva dare il lavoro di Dolto mi fu altrettanto utile nei momenti di lavoro con l'équipe della riabilitazione.

Ricordo una giovane terapista sconvolta poiché una vecchia la chiamava mamma: ero io a rimanere altrettanto scombussolata per il fatto che lei non arrivasse a comprendere che davvero questo era il modo in cui lei stava funzionando con questa vecchia si trattava piuttosto di trasporre  nuovamente nel fantasma un dire che era sceso troppo nel reale…

Avevo anche condotto per un certo tempo  un gruppo di parola composto da persone affette da demenza senile o di tipo Alzheimer, un lavoro molto bello in cui utilizzavo il loro linguaggio definito “fuori di senso” ,per creare attraverso metafore e metonimie, la più alta forma di simbolizzazione,cioè  il witz  ,che loro ben comprendevano ; si  tesseva dunque il discorso del gruppo... e anche lì ricordo che un vecchio raccolto dalla strada praticamente in uno stato disastroso ripulito riconfortato, in presenza mia, cioè di una giovane donna, parlando delle donne sue coetanee che partecipavano al gruppo mi diceva che esse erano “ degli stracci ": in una difficoltà di identificazione al simile che ho notato sempre in quell'ambiente, e infatti ,come il narcisismo si può appoggiare ad uno straccio? e anche qui dunque c'era un lungo lavoro da fare dal punto di vista della valorizzazione del soggetto a partire dalla elaborazione dell'angoscia di castrazione…

Come parlare con loro della parte malata o perduta? Ecco che con Dolto mi si aprivano mondi di possibilità inimmaginate; così iniziai a parlare con loro,evocando un immaginario altro da quello puramente medicale e stimolando un giudizio a coloritura affettiva che andava a bordare l’immagine in modo simbolico : rido nel constatare la goffaggine e il tempo lungo che la signora G. impiega per fare il giro attorno al letto. Lei è affetta da una emiplegia che le paralizza il braccio la mano destra: " che roba, non avrei mai detto! È roba mia si la posso massaggiare questa mano, ma poco sennò mi fa male, non mi dà nessun piacere questo corpo, un uomo non lo voglio no, le coccole me le fanno i miei parenti, le sigarette, di cibo la compagnia... è come un bambino? Si ma non fa niente... si sono io, ma[10]...

" non sono io!è morta! Sono 35 anni che sono così. Potrei scrivere un libro: il piede è morto! Così anche la gamba... " dice la signora N…. Affetta da emiparesi sinistra.

A ripensarci adesso mi rendo conto che queste persone tutte in riabilitazione, erano immerse in un grande brodo medicale, ma nessuno con loro parlava in modo che ricevessero castrazioni simboligene …

Si dice che i vecchi sono come i bambini: è vero nella misura in cui entrambi sono molto vicini ai misteri più grandi la nascita e la morte di cui nessuno di noi saprà mai nulla; solo gli altri ne sono testimoni; per quanto riguarda però tutte le questioni relative al corpo nel vecchio tutto un giro è stato compiuto non è certo più la stessa cosa... e Dolto ci dice che è l'immagine del corpo ( il corpo che abbiamo in testa potremmo dire ) riferibile ad un determinato stadio di sviluppo ,a fare la differenza...

 

Vorrei concludere questo breve intervento con il ricordo portato da una delle analiste che si sono formate alla sua sensibilità alla rue Cujas, che racconta un episodio avvenuto quando Dame Dolto era già seriamente malata di fibrosi polmonare e continuava a ricevere i bambini in consultazione armata di un imponente macchina per l'ossigeno a cui lei era collegata attraverso un tubo che le si inseriva nel naso. Lei diceva ai bambini incuriositi che erano i suoi " occhiali da naso ", che c'erano alcune persone che portano gli occhiali da vista perché vedono male e lei dato che respirava male, portava gli occhiali da naso. Questa spiegazione aveva l'aria di funzionare perfettamente per i bambini che non vi ponevano da quel momento più alcuna attenzione.[11]

Ecco è il suo modo di utilizzare la parola che mi lascia sempre spiazzata e vorrei dire che questa polissemia del significante è ciò che lei ha mantenuto del suo essere bambina, è per i bambini che il significante assume queste connotazioni, o per i poeti: che tristezza la povertà a cui giunge l'adulto che sul modello del suo pensiero colonialista e colonizzatore pretende di descrivere giudicare, valutare il pensiero delle altre età …

 

Emanuela Marangon

http://hal9000.cisi.unito.it/dialogopsy

 



[1]  Dolto F.Parler de la mort pag.52- Mercure de France, Gallimard 1998.

[2] Lacan,J.Scritti vol.I. Funzione e campo della parola  e  del  linguaggio in psicanalisi  .Giulio Einaudi editore 1974 Torino. Pag. 294

[3] la Principessa fu tra gli analisti da cui Dolto fu in supervisione (Il silenzio in psicoanalisi. A cura di J.D. Nasio  ed. Magi ,2005 pag.46)

[4] L’enfant dans la ville -Trames ed.Nice

[5] Spirale  Madame Dolto,N. 16/2000 ed ERES pag.89

[6] Dolto F. L’immagine inconscia del corpo  RED ed. Como 1996.

[7]Veldman-This: L’Haptonomie. Documents del travail du “Coq Heron” n. 9.

[8] V. disegni

[9] questa donna, relativamente giovane, era malata di diabete e quando io la incontrai era priva dell'uso della vista e non aveva più le gambe amputate entrambe. Poiché lei non era in grado di disegnare un giorno mi sedetti di fianco a lei e le proposi di disegnare il suo corpo. Allora lei mi dettava i segni da tracciare e io disegnavo. Proseguimmo nominando le parti del corpo fino a che arrivammo alle gambe amputate le ha seguito del diabete. Allora lei mi disse di disegnare le gambe " che ce le ho fatte così, che mi mancano " Le disegno intere chiesi io " no no le faccia così come sono : che mi mancano "

[10] il ruolo e la funzione dinamica di questo " ma " nell'economia psichica, nello schema corporeo e nella immagine inconscia del corpo non ha da  sfuggire al clinico.

[11] Spirale n. 16 ed. Eres  2000, pag 107

[1] il ruolo e la funzione dinamica di questo " ma " nell'economia psichica, nello schema corporeo e nella immagine inconscia del corpo non ha da  sfuggire al clinico.

[1] Spirale n. 16 ed. Eres  2000, pag 107


lunedì 1 marzo 2021

Psicoterapia Online

 

Tra i cambiamenti a cui siamo stati assoggettati in questo periodo c’è anche il ricorso sempre più sostanzioso ai consulti psicoterapeutici online.

Chi scrive ha sempre sostenuto e tuttora lo ritiene valido, che come dice Lacan ,”l’analisi si fa con i piedi”.

Cioè il corpo è centrale nella esperienza psicoterapeutica: le parole sono incarnate. Ci vuole la carne ,la presenza ,il corpo a corpo paziente/terapeuta perchè si dia relazione.

Di qualunque tipo, anche quella che si vuole psicoterapeutica.

E’ il mistero dell’importanza che ha la parola nell’essere umano. Ma parola detta attraverso la voce.fisica,reale,carica della vita affettiva e pulsionale che sono aspetti centrali in questa esperienza.

Parola lasciata cadere,lasciata andare,nella dialettica “alienazione “a farsi rappresentare da un significante e “se-parazione” dallo stesso, nel processo di riabilitazione del “tu sei questo”.

Dunque una parola pronunciata e in presenza. Non scritta, non registata, non virtuale e disincarnata.

Che dire dunque del ricorso a Skype, Whatsapp, o al telefono nell’era Covid?

Scelte intraprese per obbligo e senza alcuna sostanziale  riflessione teorica  preventiva.

Fin da subito ,un anno fa, si rivelò un  conforto potersi almeno vedere e consentire  la continuità del dispiegarsi della parola.

Si era sullo stesso piano, paziente e terapeuta, dalla stessa parte, con le stesse paure di fronte allo scatenarsi del misterioso virus che rende il corpo dell’altro più che mai pericoloso e da evitare.

Pratiche normalmente facenti parte dell’armamentario ossessivo, venivano incoraggiate e insegnate a tutti e ciascuno: lavarsi spesso le mani, pulire le sedute, disinfettare gli oggetti, evitare l’altro in generale, vivere isolati, non uscire di casa….

Ma in quei colloqui online, la funzione dell’analista andava comunque sostenuta e messa in forma, in modo che potesse realizzarsi il dire del paziente, l’asimmetria doveva dunque essere mantenuta in esercizio…

C’era disponibilità reciproca a passare oltre i limiti imposti dal mezzo, per coglierne e valorizzarne le opportunità.

A poco a poco, con stupore, ci si rendeva conto che il desiderio del lavoro, restituiva una sorta di fisicità “sostitutiva” che piano piano si imparava a cogliere :l’abbigliamento e il trucco del viso che ,mantenuti come prima, davano l’idea della normalità ancora possibile.

L’espressione degli affetti e dei sentimenti si sforzava di realizzarsi davanti allo schermo .

Le pause, lo sguardo che si rivolgeva alla finestra, il sole che si faceva strada, o l’ombra che scendeva, davano l’idea di una sorta di intimità condivisa possibile.

Lo sguardo cercava quello dell’altro come per sincerarsi che ci fosse, che ascoltasse, laddove nel setting in presenza è piuttosto l’orecchio che ha la parte principale.

Anche distogliere lo sguardo dall’altro nella ricerca dei bottoni su cui clikkare la chiusura del colloquio, sanciva un arrivederci e non un abbandono.

I rumori dell’ambiente erano uditi da una parte all’altra dello schermo e arricchivano da parte loro i dati di quella realtà speciale.

Le risonanze controtransferali erano percepite anche attraverso minimi segnali del volto e della postura.

Animali da compagnia, genitori, fratelli, mariti o compagni erano anche parte del setting, come elementi sporadici di apparente disturbo. In realtà indicavano che il terzo era lì, risvegliando i due protagonisti dal loro stato di reverie. Ci vuole il tre per fare il due….

Un mondo ricco di elementi di riflessione si è aperto, va studiato, praticato forse, tenuto sotto esame sicuramente, per coglierne gli aspetti di valore e quelli negativi.

E’ certo che da sempre nella storia umana, l’avanzamento della tecnica ha comportato un arretramento nella necessità  della mediazione corporea.

Meno corpo avrà sempre il carattere di rinuncia per l’essere che parla.

C’è molto da studiare, e da sperimentare, con rispetto del soggetto. Ci sarà questo rispetto sempre consentito?? La psicanalisi lo ha come trama fondante. Auguriamo alla psicanalisi di essere portata avanti da psicanalisti capaci di non cedere su questo punto. Auguriamoglielo

martedì 22 dicembre 2020

Fiorenzo Alfieri muore di Covid

 Assessore alla Cultura .Grande maestro nella vita della città. E noi c’eravamo. Quando a Torino, come diceva Giovanni Arpino , “Si aveva il cappio (della lotta di classe) intorno al collo; ma almeno ti accorgevi di avere un collo”.

lunedì 22 giugno 2020

Incontri del Lunedì su Skype.

Proseguono gli Incontri del Lunedì,cui partecipano simpatizzanti,psicologi e psicanalisti, iniziati ad aprile durante il confinamento, di cui trovate pubblicati i Riassunti negli articoli di questo Blog.
Questa sera é invitata Pascale Klein, psicanalista e danzaterapeuta a Nice,che ci racconterà la sua esperienza di lavoro durante il Covid.
Ingresso libero,su Skype.

martedì 14 aprile 2020

Covid19 La normalità è il problema . Angel Luis Lara sul Manifesto

NOTA DEL TRADUTTORE

Quello che segue è l’articolo più intelligente, o uno dei migliori, che abbia letto sul Covid-19. Perciò ho fatto la fatica di tradurlo dallo spagnolo.
L’autore è Ángel Luis Lara, sceneggiatore e studioso di cinema il quale, evidentemente forzato a casa, si è messo a studiare la situazione. Ho conosciuto Ángel nel 2009 a San Cristóbal, in Chiapas, a un incontro promosso dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) e chiamato “La digna rabia”, a cui lui, io e molti altri intellettuali e militanti erano stati invitati dagli zapatisti e dove ciascuno ha tenuto una sua “ponencia”, intervento, di fronte a migliaio di indigeni, messicani e gente venuta da ovunque e sedendo a fianco dei comandanti dell’Ezln e al subcomandante Marcos (oggi Galeano).
Per Ángel fu facile, parlare in spagnolo, lui è di Madrid, per me fu piuttosto terrorizzante. E comunque Ángel mi colpì per la sua intelligenza, arguzia, agilità nel saltare da una corrente culturale a un’altra: ero piuttosto invidioso.
Ora ho trovato questo articolo nello spazio che El Diario, quotidiano on line indipendente in Spagna, offre a Amador Fernandez-Savater, altro piuttosto giovane osservatore della società ai tempi del neoliberismo decadente, per lo meno dai tempi degli Indignados, e che cerco sempre di leggere per non sentirmi troppo stupido o tradizionalista.
L’articolo di Ángel Luis Lara è molto lungo, cioè inadatto a Facebook, dove hanno molto più successo invettive, epigrammi, slogan e foto di famiglia. Ma siccome da ragazzo leggevo molto Gramsci, mi è rimasta la convinzione che, come diceva all’ingrosso lui, lo studio è una faticosa assuefazione. Tanto più se si tratta di un fenomeno come la fine del mondo, o giù di lì, causata da un virus sconosciuto (uno dei tanti, in verità, solo che questo è peggiore). Perciò a volerci capire qualcosa e a immaginare cosa fare per venirne fuori, oltre a prendersela con i governanti per le loro stupidaggini o crimini, bisogna approfondire.
Traducendolo ho capito molte più cose, e questo è già un bel guadagno. Ecco l’articolo.
Pierluigi Sullo

Non torniamo alla normalità. La normalità è il problema

1.
Nell’ottobre del 2016 i suini neonati degli allevamenti della provincia di Guangdong, nel sud della China, cominciarono ad ammalarsi per il virus della diarrea epidemica suina (PEDV), un coronavirus che colpisce le cellule che ricoprono l’intestino tenue dei maiali. Quattro mesi dopo, tuttavia, i piccoli suini smisero di risultare positivi al PEDV, anche se continuavano ad ammalarsi e a morire.
Come confermarono gli esami, si trattava di un tipo di malattia mai visto prima e che fu battezzata come Sindrome della Diarrea Acuta Suina (SADS-CoV), provocata da un nuovo coronavirus che uccise 24 mila suini neonati fino al maggio del 2017, precisamente nella stessa regione in cui tredici anni prima si era scatenata l’epidemia di polmonite atipica conosciuta come SARS.
Nel gennaio del 2017, nel pieno dello sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione di Guangdong, vari ricercatori in virologia degli Stati uniti pubblicarono uno studio sulla rivista scientifica “Virus Evolution” in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Le conclusioni della ricerca sviluppata in Cina furono coincidenti con lo studio nordamericano: l’origine del contagio fu localizzata, con precisione, nella popolazione di pipistrelli della regione.
Ma come fu possibile che una epidemia tra i maiali fosse scatenata dai pipistrelli? Cos’hanno a che fare i maiali con questi piccoli animali con le ali?
La risposta arrivò un anno dopo, quando un gruppo di ricercatori cinesi pubblicò un rapporto sulla rivista “Nature” in cui, oltre a segnalare al loro paese il focolaio rilevante di apparizione di nuovi virus ed enfatizzare l’alta possibilità di una loro trasmissione agli esseri umani, facevano notare come la crescita dei macro-allevamenti di bestiame avesse alterato le nicchie vitali dei pipistrelli.
Inoltre, lo studio rese chiaro che l’allevamento industriale ha incrementato le possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di trasmissione di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono drammaticamente aggrediti dalla deforestazione.
Tra gli autori di questo studio compare Zhengli Shi, ricercatrice principale dell’Istituto di virologia di Wuhan, la città da cui proviene l’attuale Covid-19, il cui ceppo è identico per il 96 per cento al tipo di coronavirus trovato nei pipistrelli per mezzo dell’analisi genetica.
2.
Nel 2004, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’Organizzazione mondiale della salute animale (Oie) e l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), segnalarono l’incremento della domanda di proteina animale e l’intensificazione della sua produzione industriale come principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche sconosciute, ossia di nuove patologie trasmesse dagli animali agli esseri umani.
Due anni prima, l’organizzazione per il benessere degli animali Compassion in World Farming aveva pubblicato sull’argomento un interessante rapporto. Per redigerlo, l’associazione britannica aveva utilizzato dati della Banca mondiale e dell’Onu sull’industria dell’allevamento che erano stati incrociati con rapporti sulle malattie trasmesse attraverso il ciclo mondiale della produzione alimentare.
Lo studio concluse che la cosiddetta “rivoluzione dell’allevamento”, ossia l’imposizione del modello industriale dell’allevamento intensivo legato ai macro-allevamenti, stava provocando un incremento globale di infezioni resistenti agli antibiotici, rovinando i piccoli allevatori locali e promuovendo la crescita delle malattie trasmesse attraverso alimenti di origine animale.
Nel 2005, esperti della Oms, della Oie e del Dipartimento dell’agricoltura degli Stati uniti e il Consiglio nazionale del maiale di questo paese elaborarono uno studio nel quale si tracciava la storia della produzione negli allevamenti dal tradizionale modello delle piccole fattorie familiari fino all’imposizione delle macro-fattorie industriali.
Tra le sue conclusioni, il rapporto segnalava, come uno dei maggiori impatti del nuovo modello di produzione agricola, la sua incidenza nell’amplificazione e mutazione di patogeni, così come il rischio crescente di disseminazione di malattie.
Inoltre, lo studio notava come la sparizione dei modi tradizionali di allevamento a favore dei sistemi intensivi si stava producendo nella percentuale del 4 per cento l’anno, soprattutto in Asia, Africa e Sudamerica.
Nonostante i dati e gli allarmi, non si è fatto nulla per frenare la crescita dell’allevamento industriale intensivo.
Oggi, Cina e Australia concentrano il maggior numero di macro-fattorie del mondo. Nel gigante asiatico la popolazione degli animali allevati si è praticamente triplicata tra il 1980 e il 2010.
La Cina è il produttore di animali allevati più importante del mondo, e concentra nel suo territorio il maggior numero di “landless systems” (sistemi senza terra), macro sfruttamento di allevamenti in cui si affollano migliaia di animali in spazi chiusi.
Nel 1980 solo il 2,5 per cento degli allevamenti cinesi era costituito da questo tipo di fattoria, nel 2010 raggiungeva il 56 per cento.
Come ci ricorda Silvia Ribeiro, ricercatrice del Gruppo di azione su erosione, tecnologia e concentrazione (ETC), una organizzazione internazionale che si concentra nella difesa della diversità culturale e ecologica e dei diritti umani, la Cina è la fabbrica del mondo.
La crisi scatenata dall’attuale pandemia provocata dal Covid-19 rivela il suo ruolo nell’economia globale, particolarmente nella produzione industriale di alimenti e nello sviluppo dell’allevamento intensivo.
Solo la Mudanjiang Ciy Mega Farm, una fattoria gigante situata nel nord-est della Cina, che contiene centomila vacche la cui carne e il cui latte sono destinati al mercato russo, è cinquanta volte più grande della più grande fattoria bovina dell’Unione europea.
Un balcone a Pamplona, foto Ap /LaPresse
3.
Le epidemie sono un prodotto dell’urbanizzazione. Quando circa cinquemila anni fa gli esseri umani cominciarono a raggrupparsi in città con una certa densità di popolazione, le infezioni poterono colpire simultaneamente grandi quantità di persone e i loro effetti mortali si moltiplicarono.
Il pericolo di pandemie come quella attuale si generalizzò quando il processo di urbanizzazione è diventato globale.
Se applichiamo questo ragionamento all’evoluzione della produzione di carne le conclusioni sono realmente inquietanti. In un periodo di cinquanta anni l’allevamento industriale ha “urbanizzato” una popolazione animale che prima si distribuiva in piccole e medie fattorie familiari. Le condizioni di affollamento di questa popolazione in macro-fattorie convertono ciascun animale in una sorta di potenziale laboratorio di mutazioni virali suscettibili di provocare nuove malattie e epidemie.
Questa situazione è tuttavia più inquietante se consideriamo che la popolazione globale di animali allevati è quasi tre volte maggiore di quella di esseri umani.
Negli ultimi decenni, alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando la barriera delle specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento.
Michael Greger, ricercatore statunitense sulla salute pubblica e autore del libro “Flu: A virus of our own hatching” (influenza aviaria: un virus che abbiamo incubato noi stessi), spiega che prima della domesticazione degli uccelli, circa 2500 anni fa, l’influenza umana di certo non esisteva.
Allo stesso modo, prima della domesticazione degli animali da allevamento non si hanno tracce dell’esistenza del morbillo, del vaiolo e di altri morbi che hanno colpito l’umanità da quando sono apparsi in fattorie e stalle intorno all’anno ottomila prima della nostra era.
Una volta che i morbi saltano la barriera tra specie possono diffondersi nella specie umana provocando conseguenze tragiche, come la pandemia scatenata da un virus dell’influenza aviaria nel 1918 e che in un solo anno uccise tra 20 e 40 milioni di persone.
Come spiega il dottor Greger, le condizioni di insalubrità nelle trincee della prima guerra mondiale sono solo una delle variabili che causarono una rapida propagazione del contagio del 1918, e sono a loro volta replicate oggi in molti dei mega-allevamenti che si sono moltiplicati negli ultimi venti anni con lo sviluppo dell’allevamento industriale intensivo.
Miliardi di polli, per esempio, sono allevati in questa macro-imprese che funzionano come spazio di contenimento suscettibile di generare una tempesta perfetta di carattere virale.
Da quando l’allevamento industriale si è imposto nel mondo, la medicina sta rilevando morbi sconosciuti e un ritmo insolito: negli ultimi trent’anni si sono identificati più di trenta patogeni umani, la maggior parte dei quasi virus zoonotici come l’attuale Covid-19.
4.
Il biologo Robert G. Wallace ha pubblicato nel 2016 un libro importante per tracciare la connessione tra i modelli della produzione capitalista di bestiame e l’eziologia delle epidemie esplose negli ultimi decenni: “Big Farms Make Big Flu” (le mega-fattorie producono macro-influenze).
Alcuni giorni fa, Wallace concesse una intervista alla rivista tedesca Marx21, nella quale sottolinea una idea chiave: concentrare l’azione contro il Covid-19 su mezzi d’emergenza che non combattano le cause strutturali dell’epidemia è un errore dalle conseguenze drammatiche. Il principale pericolo che fronteggiamo è considerare il nuovo coronavirus come un fenomeno isolato.
Come spiega il biologo statunitense, l’incremento degli incidenti con virus, nel nostro secolo, così come l’aumento delle loro pericolosità, sono direttamente legati alle strategie delle corporazioni agricole e dell’allevamento,  responsabili della produzione industriale intensiva di proteine animali.
Queste corporazioni sono così preoccupate per il loro profitto da assumere come un rischio proficuo la creazione e propagazione di nuovi virus, esternalizzando così i costi epidemiologici delle loro operazioni agli animali, alle persone, agli ecosistemi locali, ai governi e, proprio come mostra la pandemia attuale, allo stesso sistema economico mondiale.
Nonostante l’origine esatta del Covid-19 non sia del tutto chiara, essendo possibili cause dell’infezione virale tanto i maiali delle macro-fattorie quanto il consumo di animali selvatici, questa seconda ipotesi non scagiona gli effetti diretti della produzione intensiva di animali.
La ragione è semplice: l’industria dell’allevamento è responsabile dell’epidemia di influenza suina africana (ASP) che ha devastato le fattorie cinesi che allevano maiali l’anno scorso.
Secondo Christine McCracken, la produzione cinese di carne di maiale potrebbe essere crollata del 50 per cento alla fine dell’anno passato. Considerato che, almeno prima dell’epidemia di ASf nel 2019, la metà dei maiali che esistevano nel mondo veniva allevata in Cina, le conseguenze per l’offerta di carne di maiale sono state drammatiche, particolarmente nel mercato asiatico.
E’ precisamente questa drastica diminuzione dell’offerta di carne di maiale che avrebbe motivato un aumento della domanda di proteina animale proveniente dalla fauna selvatica, una delle specialità del mercato della città di Wuhan, che alcuni ricercatori hanno segnalato come l’epicentro dell’epidemia di Covid-19.
5.
Frédéric Neyrat ha pubblicato nel 2008 il libro “Biopolitique des catastrophes” (biopolitica delle catastrofi), una definizione con la quale egli indica una maniera di gestire il rischio che non mette mai in questione le cause economiche e antropologiche, precisamente le modalità di comportamento dei governi, delle élites e di una parte significativa delle popolazioni mondiali in relazione alla pandemia attuale.
Nella proposta analitica del filosofo francese, le catastrofi implicano una interruzione disastrosa che sommerge il presunto corso normale dell’esistenza. Nonostante il suo carattere di evento, si tratta di processi in marcia che mostrano, qui e ora, gli effetti di qualcosa che è già in corso.
Come segnala Neyrat, una catastrofe sempre si origina da qualche parte, è stata preparata, ha una storia.
La pandemia che ci devasta disegna con efficacia la sua caratteristica di catastrofe, tra l’altro nell’incrocio tra epidemiologia e economia politica. Il suo punto di partenza è saldamente ancorato nei tragici effetti dell’industrializzazione capitalista del ciclo alimentare, particolarmente nell’allevamento.
Oltre alle caratteristiche biologiche intrinseche dello stesso coronavirus, le condizioni della sua propagazione includono gli effetti di quattro decenni di politiche neoliberiste che hanno eroso drammaticamente le infrastrutture sociali che aiutano a sostenere la vita. In questa deriva, i sistemi sanitari pubblici sono stati particolarmente colpiti.
Da giorni circolano nelle reti sociali e nei telefoni mobili testimonianze del personale sanitario che sta combattendo con la pandemia negli ospedali. Molti coincidono con la descrizione di una condizione generale catastrofica caratterizzata da una drammatica mancanza di risorse e di personale sanitario.
Come annota Neyrat, la catastrofe possiede sempre una storicità e dipende da un principio di causalità.
Dagli inizi del secolo, differenti collettivi e reti cittadine hanno denunciato il profondo deterioramento del sistema pubblico della salute che, per mezzo di una politica reiterata di sottrazione di capitali, ha condotto praticamente al collasso la sanità in Spagna.
Nella Comunidad (Regione) di Madrid, territorio particolarmente colpito dal Covid-19, l’investimento pro capite destinato al sistema sanitario si è andato riducendo in modo critico negli ultimi anni, mentre si scatenava un parallelo processo di privatizzazione. Sia la cura primaria come i servizi di urgenza della regione erano già saturi e con gravi carenze di risorse prima dell’arrivo del coronavirus.
Il neoliberismo e i suoi agenti politici hanno seminato su di noi temporali che un microorganismo ha trasformato in tempesta.
Ospedale da campo a Madrid, foto Ap /LaPresse
6.
Nel pieno della pandemia ci sarà sicuramente chi si affannerà nella ricerca di un colpevole, si tratti di un capro espiatorio o di un furfante. Si tratta di certo di un gesto inconscio per mettersi in salvo: trovare qualcuno a cui attribuire la colpa tranquillizza perché depista sulle responsabilità.
Tuttavia più che impegnarsi nello smascherare un soggetto solo, è più opportuno identificare una forma di soggettivizzazione, ossia interrogarsi su uno stile di vita capace di scatenare devastazioni così drammatiche come quelle che oggi investono le nostre esistenze.
Si tratta senza dubbio di una domanda che non ci salva né ci conforta e meno ancora ci offre una via d’uscita. Sostanzialmente perché questo stile di vita è il nostro.
Un giornalista si è avventurato qualche giorno fa ad offrire una risposta sull’origine del Covid-19: “Il coronavirus è una vendetta della natura”. Al fondo non gli manca una ragione. Nel 1981 Margaret Thatcher depose una frase per i posteri che rivelava il senso del progetto cui lei partecipava: “L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare l’anima”.
La prima ministra non ingannava nessuno. Da tempo la ragione neoliberista ha convertito ai nostri occhi il capitalismo in uno stato di natura. L’azione di un essere microscopico, tuttavia, non solo sta riuscendo di arrivare anche alla nostra anima, ma ha spalancato una finestra grazie alla quale respiriamo l’evidenza di quel che non volevamo vedere.
Ad ogni corpo che tocca e fa ammalare, il virus reclama che tracciamo la linea di continuità tra la sua origine e la qualità di un modo di vita incompatibile con la vita stessa. In questo senso, per paradossale che sembri, affrontiamo un patogeno dolorosamente virtuoso.
La sua mobilità aerea sta mettendo allo scoperto tutte le violenze strutturali e le catastrofi quotidiane là dove si producono, ossia ovunque.
Nell’immaginario collettivo comincia a diffondersi una razionalità di ordine bellico: siamo in guerra contro un coronavirus. Eppure sarebbe forse più esatto pensare che è una formazione sociale catastrofica quella che è in guerra contro di noi già da molto tempo.
Nel corso della pandemia, le autorità politiche e scientifiche dicono che sono le persone gli agenti più decisivi per arginare il contagio.
Il nostro confinamento è inteso in questi giorni come il più vitale esercizio di cittadinanza. Tuttavia, abbiamo bisogno di essere capaci di portarlo più lontano.
Se la clausura ha congelato la normalità delle nostre inerzie e dei nostri automatismi, approfittiamo del tempo sospeso per interrogarci su inerzie e automatismi.
Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo.
Il problema che affrontiamo non è solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me. Chissà che il desiderio di vivere non ci renda capaci della creatività e della determinazione per costruire collettivamente l’esorcismo di cui abbiamo bisogno.
Questo, inevitabilmente, tocca a noi persone comuni.
Grazie alla storia sappiamo che i governanti e i potenti si affanneranno a fare il contrario.
Non permettiamo che ci combattano, dividano o mettano gli uni contro gli altri.
Non permettiamo che, travolti una volta ancora dal linguaggio della crisi, ci impongano la restaurazione intatta della struttura stessa della catastrofe.
Benché apparentemente il confinamento ci abbia isolato gli uni dagli altri, tutto questo lo stiamo vivendo insieme.
Anche in questo il virus appare paradossale: si mette in una condizione di relativa eguaglianza. In qualche modo riscatta dalla nostra amnesia il concetto di genere umano e la nozione di bene comune. Forse i fili etici più efficaci da cui cominciare a tessere un modo di vita diverso a un’altra sensibilità.
Articolo pubblicato in italiano per gentile concessione dell’autore. Traduzione dal castigliano di Pierluigi Sullo. Edizione originale su El Diario.